Penso che la forma migliore, più ‘democratica’ e semplice di struttura di una 
(immagine dello stemma delle CCPI)
comunità cristiana sia quella del CONGREGAZIONALISMO.
Parto dal presupposto che è inevitabile che ci sia una forma di ‘Chiesa’ quando parliamo di comunità cristiana, se intendiamo per chiesa un gruppo che si riunisce attorno a dei punti di fede condivisi (che potremmo chiamare ‘dogmi’: il “Credo”), perché altrimenti bisognerebbe andare ognuno per proprio conto. Quindi quando si condivide l’ascolto della Parola di Dio a cui seguono momenti di preghiera e liturgia (atti e gesti che manifestano quanto ascoltato e condiviso) e che partono da credenze comuni, lì esiste una ‘chiesa’, o assemblea cristiana.
Nella Bibbia non si parla esplicitamente, ovviamente, di congregazionalismo, ma ci sono fatti e concetti che supportano questa forma di ‘chiesa’, cioè comunità concreta di credenti, riunita attorno a Cristo, alla Parola, alla preghiera, alla Cena del Signore e alla comunione fraterna (At 2,42-47).
In Atti 6 vediamo che quando ci sono da prendere decisioni importanti si coinvolge la comunità:
In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola». (At 6:1-2)
In Atti 14,23 vengono costituiti anziani nelle singole chiese:
Dopo aver designato per loro degli anziani in ciascuna chiesa, e aver pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto.
Nelle lettere di Paolo, il metodo di guida delle comunità viene sviluppato sull’impronta del congregazionalista. In 1 Corinzi 5:4-5, per esempio, la comunità riunita è chiamata a esercitare un discernimento nei confronti di un membro:
Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo insieme riuniti voi e lo spirito mio, con l'autorità del Signore nostro Gesù, ho deciso che quel tale sia consegnato a Satana…
In Matteo 18,15-20 si dice: Se tuo fratello ha peccato contro di te, … se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, …. Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.
La comunità, quindi, ha un ruolo nell'affrontare le controversie tra fratelli.
In sintesi abbiamo questi elementi:
la chiesa locale è centrale e non è una ‘sede amministrativa’, ma vera comunità ecclesiale;
ogni singolo credente ha la parola nelle decisioni che riguardano la vita della comunità;
non esiste un'autorità ecclesiastica centrale, ma una pluralità e responsabilità dei ministeri.
Nei testi biblici, tuttavia, non esiste un’anarchia o un individualismo ecclesiale: le chiese apostoliche mantengono rapporti tra loro, condividono le proprie risorse anche economiche, si consultano e collaborano tra loro.
In At 15: 2 si dice: E siccome Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano vivacemente con loro, fu deciso che Paolo, Barnaba e alcuni altri fratelli salissero a Gerusalemme dagli apostoli e anziani per trattare la questione.
Nei capitoli 8 e 9 della 2 Cor si descrive un’autonomia della chiesa locale insieme alla comunione tra le chiese.
Vediamo ora cos’è e come si sviluppa il congregazionalismo nelle chiese pentecostali in Italia (escluse le ADI – Assemblee di Dio in Italia – che hanno una struttura più gerarchicamente strutturata a livello nazionale)
Potremmo definire il congregazionalismo come un’ecclesiologia della responsabilità locale a partire da questi capisaldi:
Cristo è il capo della Chiesa;
la chiesa locale è la realtà ecclesiale primaria;
i credenti partecipano alla vita e al discernimento della comunità;
i ministeri esercitano una funzione pastorale e spirituale;
le diverse chiese possono unirsi in comunione e cooperazione senza perdere la propria autonomia.
Non si tratta, quindi, di stabilire se la chiesa deve essere autonoma o organizzata, quanto piuttosto di come conciliare l'autonomia della comunità locale con la comunione, la responsabilità reciproca e la cooperazione tra le chiese.
Storicamente le prime comunità sorte dall'esperienza pentecostale degli italiani emigrati negli Stati Uniti e poi diffusasi in Italia a inizio secolo scorso, erano caratterizzate da una forte autonomia locale ed erano in larga misura indipendenti.
La Federazione delle Chiese Pentecostali, per esempio, è nata nel 2000 proprio anche dall'esigenza di creare rapporti stabili di collaborazione fra chiese pentecostali autonome, senza cancellarne le diverse storie e identità. Ma già negli anni ’50 del secolo scorso, quando le ADI decisero di darsi una struttura nazionale, molte comunità locali si separarono, proprio per mantenere viva e operante la propria autonomia.
Un esempio particolarmente significativo è la Chiesa Cristiana Pentecostale Italiana (CCPI). La sua storia recente nasce proprio dall'esigenza di mettere insieme chiese che avevano una lunga esperienza di autonomia congregazionalista, cercando però di evitare che autonomia significasse isolamento. La stessa CCPI definisce il proprio modello come congregazionalista e considera la chiesa locale l'elemento ecclesiologico primario. Il motto delle CCPI si riassume in: autonomia sì, ma non isolamento!
Congregazionalismo, perciò, non significa necessariamente indipendentismo. La chiesa locale conserva la propria autonomia nel governo e nelle decisioni fondamentali, ma può scegliere di collaborare con altre chiese per realizzare attività che da sola non potrebbe sostenere.
Inoltre molti di coloro che rifiutano il congregazionalismo lo fanno anche per una questione giuridico - economica, che non è poco!
Per poter, infatti, accedere a benefici fiscali ed economici che lo stato da alle organizzazioni religiose (ad esempio per prendere in fitto o acquistare locali per il culto, finanziamenti per campagne evangelistiche o caritatevoli, ecc.), bisogna far parte di un circuito che abbia una certa consistenza anche numerica sul territorio. Quindi una singola comunità non avrebbe… voce in capitolo, qualora dovesse richiedere un finanziamento, un beneficio fiscale, ecc.; a meno di farlo a titolo personale da parte di un membro della comunità. Per evitare questo, molte comunità evangelico - pentecostali mantengono la loro autonomia, ma si uniscono a realtà denominazionali più grosse, anche regionali.
In sintesi, il congregazionalismo favorisce il coinvolgimento e responsabilità alla comunità locale perché le decisioni non dipendono esclusivamente da una figura o da un'autorità superiore. Si favorisce il senso di appartenenza e l'esercizio dei doni spirituali da parte dei membri. La chiesa può adattare in autonomia le proprie scelte alle esigenze concrete del territorio e della comunità. Diventa più difficile la concentrazione eccessiva del potere nelle mani di una struttura centrale.
C’è il rischio però di una chiesa troppo autonoma che può perdere il senso della comunione con le altre chiese. Non è detto che il potere scompaia: potrebbe semplicemente essere trasferito dall'organizzazione centrale al pastore o a un piccolo gruppo locale. Il fatto che tutto sia deciso tramite il voto della congregazione non garantisce necessariamente che una decisione sia spiritualmente o biblicamente corretta. Si possono facilmente produrre divisioni (e quindi nuove chiese) dovute semplicemente a differenze personali, dottrinali o di gestione della comunità. Le diverse e singole comunità possono sviluppare orientamenti molto diversi, rendendo più difficile una testimonianza comune. A causa di mancanza di competenza specie nei moderatori o ‘pastori’, una chiesa locale piccola potrebbe non avere le risorse o le competenze necessarie per affrontare questioni complesse.
mercoledì 9 settembre 2026
Sul Congregazionalismo
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