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martedì 2 giugno 2026

I miracoli (non) esistono.

(foto dal web)
Vivendo in questo mondo, abitando la nostra anima in un corpo, ci è difficile
comprendere fenomeni che hanno la propria realtà in stati della materia e della coscienza diversi da quelli in cui viviamo.
Il nostro stato corporeo non può cogliere la relatività, parzialità, della nostra manifestazione attuale, dello spazio e del tempo in cui “ci muoviamo e siamo”, che è diverso da quello in cui ci muoveremmo e fossimo se vivessimo già coscientemente in Dio (At 17, 27-28).
Non potremmo mai comprendere un fenomeno mistico (un fenomeno, cioè, che ci avvicina alla realtà) se lo guardiamo con gli occhi della mente umana.
Per questo chiamiamo “miracoli”, ad esempio, l’andare indietro nel tempo; il mettersi in contatto con anime passate ad un altro stato di vita; il vincere la materia con le guarigioni del corpo dalla malattia; ecc. ecc. .
Per questo noi consideriamo “miracoli”, o al contrario (a secondo dei punti di vista), cialtroneria, il parlare in lingue e l’esperienza del battesimo dello Spirito dei fedeli pentecostali.
Sono "miracoli" per chi non crede; realtà per chi crede.
Sono “miracoli” quelli che noi giudichiamo restando in questo stato parziale di coscienza della realtà, ma non esistono (o meglio: non sono "miracoli") nello stato di coscienza piena dell’anima.

martedì 12 maggio 2026

L'anima e l'Oceano Divino

(foto dal web)
La (nostra) anima vive come goccia completamente immersa nell’Oceano Divino,
senza distinzione, senza nome, fino a quando il Divino non ci instilla in un corpo; e solo allora diventiamo gli uomini che siamo qui e ora, prendiamo una identità. Per questo la spiritualità e il misticismo vanno vissuti in modo assolutamente pratico, senza voli pindarici, metafisici. Noi siamo coloro che danno all'anima la possibilità di fare ancora un pezzo di cammino e da lei ricevono il significato di questa incarnazione.

sabato 9 maggio 2026

Cambiare paradigma

(Foto dal web)
 Siamo abituati a pensare ogni cosa a partire dal nostro vissuto culturale e sociale,
anche quando ci interroghiamo e riflettiamo su ciò che riguarda quella parte di noi che chiamiamo ‘spirituale’.
E quindi siamo portati sempre a paragonare le nostre credenze ad altre diverse dalle nostre. Questo sia quando mettiamo a confronto ciò in cui crediamo all’interno delle religioni cristiane (se siamo cristiani), sia quando, a maggior ragione, paragoniamo i pilastri della nostra fede con i punti principali, i riti e le credenze di religioni e fedi molto lontani dal nostro modo di vivere e vedere.
Ecco allora che paragonerò un culto evangelico o riformato ad una messa cattolica; una meditazione sulla Bibbia ad una di derivazione buddista; un modo di intendere ‘Dio Uno e Trino’ con quello di un induista o di un monaco sufi.
Mi troverò, insomma, sempre io da una parte e gli altri dall’altra. Questo paragonare continuo mi terrà sempre impegnato in un confronto ininterrotto, perdendo di vista quello che dovrebbe essere, invece, il punto essenziale: la ricerca della divinità, del mio rapporto con essa.
Per superare l'abitudine di interpretare la spiritualità esclusivamente attraverso i nostri filtri culturali e sociali, è necessario un cambio di paradigma.
Non più un confronto sterile tra dogmi, fedi e riti diversi, un processo che finisce per creare quella barriera tra noi e gli altri di cui ho detto sopra, ma il puntare al vero obiettivo: la ricerca di Dio e di un rapporto diretto con la divinità.
Iniziamo a cercare Colui che esiste al di là di come finora è stato espresso dalle culture umane.
Cerco di spiegarmi con un esempio che lascerà certamente il tempo che trova, anche perché i termini ‘acqua’, ‘fiume’, bagnare’ sono espressione della mia cultura occidentale, e cristiana in particolare.
Dobbiamo andare alla ricerca di Colui che è come un fiume sotterraneo che tutto vivifica e che noi possiamo conoscere solo perché bagna anche noi e, bagnandoci, trasforma la nostra vita.
Dobbiamo cercare quel Fondo che tutto abbraccia e da cui tutto deriva, che non ha tempo e non vive in uno spazio.
Quell’oceano di cui noi siamo una goccia, uniti in modo indistinguibile.
Uniti a Lui come un fossile vive nella sua ambra.
Solo dopo aver vissuto quest’esperienza potremo dire che il modo di esprimere questa nostra fede sarà ‘vera’, non perché avremo aderito ad un rito collettivo, ma perché l’espressione esteriore della nostra esperienza trasformante coinciderà con l’esperienza stessa.

(continua...)

lunedì 27 aprile 2026

La preghiera è...

La preghiera è la richiesta a Dio

di partecipare,

con lui,

alla creazione di una nuova realtà.

 

 

sabato 18 aprile 2026

Per ritrovarsi, bisogna perdersi.

("La foresta dell'anima". Mio olio su cartoncino)
“L’uomo che non lascia cadere se stesso non troverà pace alcuna!" (Giovanni Taulero, 
mistico tedesco del XIV secolo)

Qual è il senso, in questa frase di Taulero, delle parole ‘lasciar cadere’?
‘Cadere’, nel Taoismo come nella psicologia analitica, ha la valenza di fine dell’ego, del suo controllo rigido sulla realtà interiore ed esteriore. Perciò ‘lasciar cadere’ significa abbandonare le proprie certezze, rinunciare al controllo sulla realtà, avere il coraggio di rischiare il fallimento.
Non è una sconfitta ma un atto di fiducia.
Se non si lascia cadere il controllo di ciò che si possiede (spiritualmente, psichicamente e materialmente), se non ci si abbandona, non si potrai mai lasciare spazio al nuovo, trovare la propria vera essenza; non si potrà mai rinascere.
Solo toccando il fondo o lasciando andare la presa si può scoprire chi si è veramente quando non si ha più nulla a cui aggrapparsi.
Se non si accetta di perdersi (nella sofferenza, nel cambiamento, nell'ignoto), si rimane intrappolati in una realtà (una maschera) che ci siamo creati per sopravvivere a questa vita.
Spiritualmente parlando siamo davanti al concetto di "nascita di Dio nell'anima". Taulero dice che per essere riempiti dalla presenza dello Spirito di Dio, bisogna prima svuotarsi. L'uomo che protegge ossessivamente la propria identità o sicurezza ("non lascia cadere se stesso") impedisce a qualsiasi trasformazione profonda di accadere.
Senza questa Kenosi (spogliazione, svuotamento), non ci può essere doxa (esaltazione, glorificazione), cioè innalzamento a Tempio di Dio e del suo Spirito.
Nella pratica quotidiana bisogna allora abbandonare il controllo, cioè: accettare che non tutto può essere pianificato; rischiare, uscendo dalla zona di comfort in cui si è "protetti"; accettare il fallimento, cioè vedere la caduta non come la fine, ma come la condizione necessaria per la scoperta.
In sintesi, per trovare se stessi ed esser pronti a incontrare Dio nella propria anima bisogna passare attraverso la perdita: chi teme di perdere il controllo su se stesso, rimarrà sempre un estraneo alla propria parte più autentica.
Per lasciare che il fondo originario in cui Dio abita irrompa in noi, dobbiamo purificare l’acqua del fondo della nostra anima
Per ritrovarsi, bisogna perdersi.

mercoledì 15 aprile 2026

Chiesa o Anima?

(foto dal web)
La Chiesa (ecclesia: assemblea) è una comunità di credenti che si è data nel tempo dei paletti (i dogmi) che la individuano e la separano dal resto del mondo. La vita di ogni persona inserita in una chiesa rimarrà per sempre inclusa in una via già tracciata da altri nel tempo; conservata da altri nel presente; perché altri, nel futuro, la possano percorre così come è stata tracciata. 
L’anima dell’uomo, invece, è la scintilla divina, incarnata, che trascorre la vita (e le vite) a camminare, in modo individuale, costantemente rivolta al ritorno verso la fonte originaria; verso l’essenza di ogni fede e di ogni religione; verso l’esperienza senza tempo e senza spazio da cui tutto deriva e a cui tutto tende; alla ricerca della realtà che rende possibile il mondo stesso. Verso Dio. 
Questo suo cammino la porta ad entrare in contatto, attraverso immagini (giacché nessuno può vedere Dio e rimanere vivo: Gen 32,30. Cioè la vita umana così com’è, nella sua carne, non è in grado di giungere alla conoscenza dell’Assoluto, deve prima ‘morire’) con la realtà divina, per permettere alla realtà misteriosa del divino di diventare comprensibile alla limitata mente umana.

lunedì 16 marzo 2026

La religione (non) serve

La religione (non) serve.
La religione serve quando entrando in te stesso, capisci che la tua vita non è fatto solo di scendere da un letto, salire su un bus e andare a lavorare; di mangiare e guardare la tv; di subire passivamente una passeggiata al parco con la testa piena di pensieri.
La religione serve quando inizi un cammino spirituale.
Quando capisci che quello che vedi e tocchi non è tutto lì, ma entra in contatto con te in modo diverso, che nessuno ti ha mai spiegato.
Quando capisci che non sei solo un corpo, ma c’è in te qualcosa di più, qualcosa che sei lì lì per afferrare ma ti sfugge, è sempre un passo più in là.
Allora la religione serve perché, attraverso segni e simboli, riti da compiere e cose da fare, parla ai tuoi sensi e attraverso essi ti apre porte che non conoscevi.
Come un bimbo che inizia a sentire i suoni e a capire da dove provengono, a toccare le cose e a capire se sono morbide o dure. E c’è bisogno di una mamma che ti aiuta, di un maestro che spiega.
La religione parla la lingua della tua cultura e della tua psiche.
La religione ti può indicare una statua di Shiva o ti fa recitare un mantra o un rosario; la religione ti mette davanti un libro sacro in cui scoprire una storia con un significato diverso dal solito, con personaggi che cominciano a parlare al tuo cuore e alla tua anima.
La tua anima.
La religione ti dice che quella ‘cosa’ che disturba la tua quotidianità vuota e fredda, si chiama ‘anima’ e che in quel posto, finora sconosciuto, puoi incontrare te stesso, gli altri, un Altro.
La religione è un dizionario, in cui alcune parole che sentivi dentro di te cominciano a prendere forma e d avere un significato; grazie al quale scopri che sei più di una mano che apre una porta e di un piede che ti porta al parco.
Allora, davanti a questa autostrada che si è aperta davanti a te, ti butti a capo fitto, e prendi a correre.
D’un tratto però, in questa corsa, scopri che hai bisogno di più spazio, di più libertà, che c’è qualcosa che ti trattiene, come un elastico, e non ti fa procedere speditamente.
Hai preso coscienza di te stesso, intravedi un mondo in cui sei uno e contemporaneamente una moltitudine. Capisci, e senti, di essere una goccia nell’oceano del tutto, nell’universo; e capisci di essere una goccia proprio perché vieni da quell’oceano.
In questo momento la religione non serve più.
Anzi diventa una catena, che ti tiene legato ai suoi riti sciamanici, ai suoi mantra buddisti, ai suoi rosari cattolici, alle sue statue di Shiva, ai suoi corani di ogni religione. Non hai più bisogno di un segno o di un simbolo per sentire la tua anima che parla, che cammina sulle strade dell’infinito, che vuole riunirsi all’oceano della vita.
La tua anima che ha convinto i tuoi sensi ad esplorare nuove strade, ad avere il coraggio di volersi perdere nei suoni della natura, nell’energia del mare e degli alberi. La tua anima che ti invoglia a sentire la vitalità e la forza di altre anime che finora avevi solo sfiorato e intuito attraverso i corpi delle persone che ti passavano accanto.

Sul Congregazionalismo

(immagine dello stemma delle CCPI) Penso che la forma migliore, più ‘democratica’ e semplice di struttura di una comunità cristiana sia quel...