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mercoledì 9 settembre 2026

Sul Congregazionalismo

(immagine dello stemma delle CCPI)
Penso che la forma migliore, più ‘democratica’ e semplice di struttura di una
comunità cristiana sia quella del CONGREGAZIONALISMO.

Parto dal presupposto che è inevitabile che ci sia una forma di ‘Chiesa’ quando parliamo di comunità cristiana, se intendiamo per chiesa un gruppo che si riunisce attorno a dei punti di fede condivisi (che potremmo chiamare ‘dogmi’: il “Credo”), perché altrimenti bisognerebbe andare ognuno per proprio conto. Quindi quando si condivide l’ascolto della Parola di Dio a cui seguono momenti di preghiera e liturgia (atti e gesti che manifestano quanto ascoltato e condiviso) e che partono da credenze comuni, lì esiste una ‘chiesa’, o assemblea cristiana.
Nella Bibbia non si parla esplicitamente, ovviamente, di congregazionalismo, ma ci sono fatti e concetti che supportano questa forma di ‘chiesa’, cioè comunità concreta di credenti, riunita attorno a Cristo, alla Parola, alla preghiera, alla Cena del Signore e alla comunione fraterna (At 2,42-47).
In Atti 6 vediamo che quando ci sono da prendere decisioni importanti si coinvolge la comunità:
In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola». (At 6:1-2)
In Atti 14,23 vengono costituiti anziani nelle singole chiese:
Dopo aver designato per loro degli anziani in ciascuna chiesa, e aver pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto.
Nelle lettere di Paolo, il metodo di guida delle comunità viene sviluppato sull’impronta del congregazionalista. In 1 Corinzi 5:4-5, per esempio, la comunità riunita è chiamata a esercitare un discernimento nei confronti di un membro:
Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo insieme riuniti voi e lo spirito mio, con l'autorità del Signore nostro Gesù, ho deciso che quel tale sia consegnato a Satana…
In Matteo 18,15-20 si dice: Se tuo fratello ha peccato contro di te, … se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, …. Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.
La comunità, quindi, ha un ruolo nell'affrontare le controversie tra fratelli.
In sintesi abbiamo questi elementi:
la chiesa locale è centrale e non è una ‘sede amministrativa’, ma vera comunità ecclesiale;
ogni singolo credente ha la parola nelle decisioni che riguardano la vita della comunità;
non esiste un'autorità ecclesiastica centrale, ma una pluralità e responsabilità dei ministeri.
Nei testi biblici, tuttavia, non esiste un’anarchia o un individualismo ecclesiale: le chiese apostoliche mantengono rapporti tra loro, condividono le proprie risorse anche economiche, si consultano e collaborano tra loro.
In At 15: 2 si dice: E siccome Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano vivacemente con loro, fu deciso che Paolo, Barnaba e alcuni altri fratelli salissero a Gerusalemme dagli apostoli e anziani per trattare la questione.
Nei capitoli 8 e 9 della 2 Cor si descrive un’autonomia della chiesa locale insieme alla comunione tra le chiese.

Vediamo ora cos’è e come si sviluppa il congregazionalismo nelle chiese pentecostali in Italia (escluse le ADI – Assemblee di Dio in Italia – che hanno una struttura più gerarchicamente strutturata a livello nazionale)
Potremmo definire il congregazionalismo come un’ecclesiologia della responsabilità locale a partire da questi capisaldi:
Cristo è il capo della Chiesa;
la chiesa locale è la realtà ecclesiale primaria;
i credenti partecipano alla vita e al discernimento della comunità;
i ministeri esercitano una funzione pastorale e spirituale;
le diverse chiese possono unirsi in comunione e cooperazione senza perdere la propria autonomia.
Non si tratta, quindi, di stabilire se la chiesa deve essere autonoma o organizzata, quanto piuttosto di come conciliare l'autonomia della comunità locale con la comunione, la responsabilità reciproca e la cooperazione tra le chiese.
Storicamente le prime comunità sorte dall'esperienza pentecostale degli italiani emigrati negli Stati Uniti e poi diffusasi in Italia a inizio secolo scorso, erano caratterizzate da una forte autonomia locale ed erano in larga misura indipendenti.
La Federazione delle Chiese Pentecostali, per esempio, è nata nel 2000 proprio anche dall'esigenza di creare rapporti stabili di collaborazione fra chiese pentecostali autonome, senza cancellarne le diverse storie e identità. Ma già negli anni ’50 del secolo scorso, quando le ADI decisero di darsi una struttura nazionale, molte comunità locali si separarono, proprio per mantenere viva e operante la propria autonomia.
Un esempio particolarmente significativo è la Chiesa Cristiana Pentecostale Italiana (CCPI). La sua storia recente nasce proprio dall'esigenza di mettere insieme chiese che avevano una lunga esperienza di autonomia congregazionalista, cercando però di evitare che autonomia significasse isolamento. La stessa CCPI definisce il proprio modello come congregazionalista e considera la chiesa locale l'elemento ecclesiologico primario. Il motto delle CCPI si riassume in: autonomia sì, ma non isolamento!
Congregazionalismo, perciò, non significa necessariamente indipendentismo. La chiesa locale conserva la propria autonomia nel governo e nelle decisioni fondamentali, ma può scegliere di collaborare con altre chiese per realizzare attività che da sola non potrebbe sostenere.
Inoltre molti di coloro che rifiutano il congregazionalismo lo fanno anche per una questione giuridico - economica, che non è poco!
Per poter, infatti, accedere a benefici fiscali ed economici che lo stato da alle organizzazioni religiose (ad esempio per prendere in fitto o acquistare locali per il culto, finanziamenti per campagne evangelistiche o caritatevoli, ecc.), bisogna far parte di un circuito che abbia una certa consistenza anche numerica sul territorio. Quindi una singola comunità non avrebbe… voce in capitolo, qualora dovesse richiedere un finanziamento, un beneficio fiscale, ecc.; a meno di farlo a titolo personale da parte di un membro della comunità. Per evitare questo, molte comunità evangelico - pentecostali mantengono la loro autonomia, ma si uniscono a realtà denominazionali più grosse, anche regionali.
In sintesi, il congregazionalismo favorisce il coinvolgimento e responsabilità alla comunità locale perché le decisioni non dipendono esclusivamente da una figura o da un'autorità superiore. Si favorisce il senso di appartenenza e l'esercizio dei doni spirituali da parte dei membri. La chiesa può adattare in autonomia le proprie scelte alle esigenze concrete del territorio e della comunità. Diventa più difficile la concentrazione eccessiva del potere nelle mani di una struttura centrale.
C’è il rischio però di una chiesa troppo autonoma che può perdere il senso della comunione con le altre chiese. Non è detto che il potere scompaia: potrebbe semplicemente essere trasferito dall'organizzazione centrale al pastore o a un piccolo gruppo locale. Il fatto che tutto sia deciso tramite il voto della congregazione non garantisce necessariamente che una decisione sia spiritualmente o biblicamente corretta. Si possono facilmente produrre divisioni (e quindi nuove chiese) dovute semplicemente a differenze personali, dottrinali o di gestione della comunità. Le diverse e singole comunità possono sviluppare orientamenti molto diversi, rendendo più difficile una testimonianza comune. A causa di mancanza di competenza specie nei moderatori o ‘pastori’, una chiesa locale piccola potrebbe non avere le risorse o le competenze necessarie per affrontare questioni complesse.

giovedì 11 giugno 2026

Dio. Personale o impersonale?

(foto dal web)
Ho sempre detto che queste brevi note che lascio su Facebook non sono affermazioni perentorie, ma 
passi del mio cammino di ricerca delle tracce del divino che è in me. Ciò significa che potrete trovare anche delle contraddizioni tra un post e l’altro.
Si tende, giustamente da un certo punto di vista, a ricercare sempre ciò che unisce le varie fedi, per dimostrare come la divinità (con qualunque nome la si voglia chiamare) è un fondo comune ad ogni cultura e tradizione religiosa.
La domanda che oggi mi pongo, tuttavia, è secondo me dirimente, nel senso che qui non si può stare al centro e rimanere ad osservare.
Mi chiedo, oggi, se per me, per voi, la divinità in cui credo / crediamo è un Dio personale o un Dio impersonale.
Per “Dio personale” la ricerca teologica e spirituale intende una divinità concepita come un essere cosciente, dotato di una propria identità, volontà e capacità di entrare in relazione con gli individui. Esempio classico è Jahvè, il Dio cristiano.
Con “Dio impersonale”, invece, s’intende un Principio Assoluto, una Coscienza Cosmica o anche solo l'insieme delle leggi che regolano l'universo. Vedi l’induismo (per alcuni aspetti) o il panteismo o alcune correnti moderne del pensiero teologico e filosofico.
Probabilmente così scrivendo ho fatto, o creato, un po’ di confusione. Eppure la distinzione è importante anche da un punto di vista della fede quotidiana di ognuno.
Un Dio personale è un'entità con cui si può comunicare (ad esempio tramite la preghiera), un Essere che prova sentimenti (l'amore, la compassione); che agisce attivamente nella storia e nella vita delle persone; che ha una natura e un’indole concrete, non è una forza cosmica astratta; ha un’interazione intima (“personale” appunto) con i credenti.
Un Dio impersonale, invece, non giudica, non punisce, non ha una mente umana e non ascolta preghiere. Si manifesta piuttosto come la struttura logica e armoniosa che ha dato vita all’esistenza. Per rimanere vicini in qualche modo alla nostra tradizione cristiana, pensiamo a un dio gnostico, concepito come puro Spirito e pura Luce. I testi di questa tradizione ne parlano come energia primordiale, un Abisso o un Tutto omnipervadente. 
Capite bene che non è indifferente credere in un Dio invece che nell’altro.
Ora chiedo a voi: qual è il Dio della vostra fede? Come siete arrivati a questa conclusione? Per esperienza personale? Tradizione? Lettura di testi e autori per voi influenti?
Grazie per la vostra risposta, che sarà anche il vostro atto di fede.

sabato 9 maggio 2026

Cambiare paradigma

(Foto dal web)
 Siamo abituati a pensare ogni cosa a partire dal nostro vissuto culturale e sociale,
anche quando ci interroghiamo e riflettiamo su ciò che riguarda quella parte di noi che chiamiamo ‘spirituale’.
E quindi siamo portati sempre a paragonare le nostre credenze ad altre diverse dalle nostre. Questo sia quando mettiamo a confronto ciò in cui crediamo all’interno delle religioni cristiane (se siamo cristiani), sia quando, a maggior ragione, paragoniamo i pilastri della nostra fede con i punti principali, i riti e le credenze di religioni e fedi molto lontani dal nostro modo di vivere e vedere.
Ecco allora che paragonerò un culto evangelico o riformato ad una messa cattolica; una meditazione sulla Bibbia ad una di derivazione buddista; un modo di intendere ‘Dio Uno e Trino’ con quello di un induista o di un monaco sufi.
Mi troverò, insomma, sempre io da una parte e gli altri dall’altra. Questo paragonare continuo mi terrà sempre impegnato in un confronto ininterrotto, perdendo di vista quello che dovrebbe essere, invece, il punto essenziale: la ricerca della divinità, del mio rapporto con essa.
Per superare l'abitudine di interpretare la spiritualità esclusivamente attraverso i nostri filtri culturali e sociali, è necessario un cambio di paradigma.
Non più un confronto sterile tra dogmi, fedi e riti diversi, un processo che finisce per creare quella barriera tra noi e gli altri di cui ho detto sopra, ma il puntare al vero obiettivo: la ricerca di Dio e di un rapporto diretto con la divinità.
Iniziamo a cercare Colui che esiste al di là di come finora è stato espresso dalle culture umane.
Cerco di spiegarmi con un esempio che lascerà certamente il tempo che trova, anche perché i termini ‘acqua’, ‘fiume’, bagnare’ sono espressione della mia cultura occidentale, e cristiana in particolare.
Dobbiamo andare alla ricerca di Colui che è come un fiume sotterraneo che tutto vivifica e che noi possiamo conoscere solo perché bagna anche noi e, bagnandoci, trasforma la nostra vita.
Dobbiamo cercare quel Fondo che tutto abbraccia e da cui tutto deriva, che non ha tempo e non vive in uno spazio.
Quell’oceano di cui noi siamo una goccia, uniti in modo indistinguibile.
Uniti a Lui come un fossile vive nella sua ambra.
Solo dopo aver vissuto quest’esperienza potremo dire che il modo di esprimere questa nostra fede sarà ‘vera’, non perché avremo aderito ad un rito collettivo, ma perché l’espressione esteriore della nostra esperienza trasformante coinciderà con l’esperienza stessa.

(continua...)

mercoledì 29 aprile 2026

La grande rivoluzione per l'uomo di oggi

(foto dal web)
Gesù insegna, a chi vuole immergersi nel fiume della verità, che noi siamo nel mondo ma non del mondo (Gv 15,18-21), che dobbiamo guardare la realtà con gli occhi dell’anima, non del corpo; che dobbiamo avere quotidianamente questa consapevolezza: di essere anime incarnate.
Allo stesso modo, per l’induismo la nostra anima (Atman) è temporaneamente incarnata nel mondo materiale (Samsara) ma resta essenzialmente divina ed eterna, non appartiene alla materia che passa.
E il buddismo insegna che essere nel mondo ma non del mondo significa che la nostra anima deve vivere pienamente la quotidianità, agendo concretamente con responsabilità e compassione, senza farsi condizionare o dominare dagli attaccamenti, dalle illusioni e dalle passioni mondane, mantenendo una coscienza libera e consapevole.
È compito del discepolo della verità scoprire quale anima c’è dietro gli occhi di chi abbiamo davanti, dietro i suoi gesti e le sue parole.
Questa è la grande rivoluzione che aspetta l’essere umano di oggi.


giovedì 23 aprile 2026

CRISTIANESIMO GNOSTICO E BUDDISMO

(foto dal web)
La gnosi e il buddismo condividono radici sapienziali profonde, basate su un nucleo di insegnamenti
che si potrebbe definire identico.

L'Illuminazione, come concetto centrale.
Ciò che i buddisti chiamano Bodhi (l'illuminazione raggiunta dal Buddha sotto l'albero della Bodhi) corrisponde esattamente a ciò che la tradizione gnostica chiama gnosi o illuminazione. Sono entrambe un "salto" di coscienza, una luce che appare alla psiche non dopo un ragionamento, ma come esperienza diretta.

Superamento dell'illusione della separazione.
Cristianesimo gnostico e Buddismo hanno l'obiettivo comune di superare l'idea che l'individuo sia un'entità separata dal resto del Tutto. Sia la gnosi che il buddismo mirano a sciogliere l'illusione dell'ego per riconoscere l'unità della realtà.

Identità degli insegnamenti.
I detti (loghia) di Cristo, presenti nei testi gnostici, comparati con i detti del Buddha, svelano che l'insegnamento di fondo è lo stesso: entrambi indicano una "via" o una "strada" per raggiungere un benessere che è sia individuale che collettivo.

Figure simboliche e storiche.
Sia Cristo che il Buddha sono personaggi di cui è difficile provare con certezza l’esistenza storica, ma che acquistano valore soprattutto nel loro messaggio simbolico e nella loro capacità di incarnare uno stato di coscienza o di visione delle cose che ogni essere umano può seguire.

Matrice psichica universale.
Tutte queste somiglianze derivano dal fatto che sia il cristianesimo gnostico che il buddismo attingono alla psiche profonda dell'uomo e a strutture universali (gli archetipi junghiani) che l'umanità ha sempre conosciuto, indipendentemente dalla cultura di appartenenza.

La gnosi cristiana, allora, non è un'invenzione greca (vedi i cosiddetti ‘vangeli gnostici’), ma il nome che in occidente diamo ad una struttura sapienziale universale già presente in forme simili in tradizioni molto più antiche come appunto il buddismo (e l'induismo vedico).

mercoledì 22 aprile 2026

Cos'hanno in comune cristianesimo (gnostico) e Taoismo

(foto dal web: Vatican News)
Cristianesimo gnostico e taoismo si inseriscono in una visione del mondo definita "sapienziale" e "non duale", comune alle grandi tradizioni antiche dell'umanità e condividono alcuni punti essenziali.
Già la figura del fondatore del Taoismo, Lao-tsé, viene accostato a figure come il Buddha e Cristo, personaggi di cui è difficile distinguere la dimensione storica da quella simbolica. Ciò che conta, tuttavia, è l'insegnamento che i tre fondatori hanno trasmesso.
La "Via" come insegnamento. Cristo afferma: "Io sono la via, la verità e la vita", dove "seguire me" è un invito a "seguire la vita" stessa. Questo concetto di una "strada" o "via" per arrivare a un benessere individuale e collettivo è l'elemento centrale che accomuna il messaggio del cristianesimo, del taoismo e del buddismo.
Una visione Non-Duale. La gnosi cristiana propone una visione in cui il divino non è separato dal mondo, ma coincide con la natura e con la realtà stessa. Il principio del cristianesimo gnostico: "fare del due uno", invita a superare la percezione della separazione per riconoscere l'unità fondamentale del tutto. Il Taosimo mira anch’esso a superare l'illusione della separazione dal "Tutto".
Una struttura universale della psiche. Cristianesimo, Taoismo, Buddismo e Induismo hanno in comune il concetto di una struttura profondissima della psiche umana che la psicologia moderna di Jung ha identificato con l'inconscio collettivo e gli archetipi.
In definitiva, cristianesimo (gnostico) e taoismo, insieme ad altre fedi che provengono dall’oriente, hanno una medesima radice sapienziale che vede la vita non come un insieme di dogmi, ma come un'esperienza diretta di integrazione con la realtà totale.

giovedì 16 aprile 2026

Ogni Scrittura Sacra è un velo (indispensabile)

(Tripitaka buddisti. Dal web)
Ogni Scrittura Sacra (quella di ogni fede: la Bibbia, il Corano, i Veda, i Tripitaka
buddisti...) è velo indispensabile che rimanda alla Verità. Essa ci svela, infatti, che esiste altro al di là della realtà che ricade sotto i nostri sensi; e ci suggerisce i mezzi per percorre il cammino che ci conduce alla realtà autentica.
Ogni Scrittura Sacra ha bisogno così di essere, prima ancora che per mezzo delle parole, attraversata dalle emozioni, dalle immagini, dalle sensazioni che crea in noi. Prima ancora di: “cosa c’è scritto?”, dobbiamo chiederci: “che immagini mi vengono all’anima? Che emozioni suscita allo spirito?”. Diversamente che per la musica, la pittura, la scultura, dove nel silenzio dell’adesso l’immagine e il suono comunicano con l’anima in un filo diretto.
Perché le parole hanno senso solo quando mettono in comunicazione le due realtà che si trovano da una parte e dall’altra del testo: chi parla e chi ascolta.
Ogni Scrittura Sacra è l’espressione del Tutto, dell’Assoluto che entra in comunicazione con la goccia uscita da Se Stesso e divenuta Anima che si è incarnata. È un parlare del Tutto a Se Stesso, come un padre parla ad un figlio che riconosce di venire da quel seme, da quel gene, e capisce che non c’è differenza sostanziale tra di loro. (Ma anche questa similitudine è fatta di parole, che vanno attraversate per essere comprese)
Allora ogni Scrittura Sacra permette all’anima di ritrovare i principi vitali, immanenti alla natura, attraverso cui il Tutto, l’Assoluto, si rivela in questo mondo. E questo bisogna ricercare quando ci si mette davanti ad una pagina del Testo Sacro.
Ed è per questo che prima ancora delle religioni (espressioni etniche della fede, formulate nel Testo Sacro), sta Dio che si rivela ad ognuno che lo cerchi.

Sul Congregazionalismo

(immagine dello stemma delle CCPI) Penso che la forma migliore, più ‘democratica’ e semplice di struttura di una comunità cristiana sia quel...